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The Walking Dead 8, la recensione del finale di stagione

The Walking Dead 8, la recensione del finale di stagione

La passeggiata mano nella mano con Carl: il mondo di prima. Il primo piano dello zombie e poi Siddiq, che dà il biberon a Gracie: il mondo di oggi. Carl Grimes per Siddiq: una vita per una vita. E perché quella vita abbia davvero senso, The Walking Dead deve ache raccontarci come sarà il mondo di domani. E quale sia l’unico modo per vederlo.

Rick Grimes non ha più un figlio da tenere per mano, ma ha una donna: la vita continua. Anche quando il mondo è finito. Se questo è il punto di partenza, ci può essere un solo punto d’arrivo.

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La mia misericordia prevale sulla mia ira

Negli ultimi 8 anni, The Walking Dead ci ha raccontato una storia. La storia di come diventerebbe il mondo che conosciamo se i morti tornassero in vita, braccando i vivi. La storia di come la cancellazione dell’ordine naturale scatenerebbe il caos, spingendo i soliti sciacalli ad approfittarsene e le brave persone – in netta minoranza – a spostare in continuazione il limite da oltrepassare per sopravvivere.

Quel limite del confine etico, morale, umano che Robert Kirkman ha incarnato – sia nei fumetti che in TV – nel personaggio di Rick Grimes. Ed è proprio il suo viaggio, quello di Rick, a coincidere con il nostro.

Ci ha guidati fin dal principio. Insieme a noi è cresciuto, ha sofferto, ha ucciso, ha pianto. Ha perso qualcuno che amava, ha eliminato qualcuno che odiava. Poi ha affrontato il più grande dolore che un essere umano possa provare, la perdita di un figlio, e ha dovuto imparare a guardare il mondo con occhi nuovi.

Ha dovuto ricordarsi chi era, e fare in modo che tutti lo vedessero. Inclusi noi. Offrendo a Negan l’opportunità di salvarsi, liberando tutti i nemici e lasciandoli liberi di andare per partecipare alla costruzione di un futuro migliore, di un mondo più grande e più sicuro per tutti, Rick Grimes ci ha ricordato chi siamo. Cosa ci divide dagli zombie, creature senza cervello che seguono solo il loro istinto primario.

Cosa fa di noi le creature più mostruose e crudeli ma anche più creative e meravigliose su questa terra. Con un tempismo spiazzante, Rick Grimes ci ha detto che dobbiamo abbassare le armi e lavorare tutti insieme.

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La guerra deve finire. Qualsiasi guerra.

La guerra, anche quando è stata scatenata per la libertà – perché nel mondo di Negan non c’era più libertà – non ha nessun vincitore. A meno che non si vinca tutti. A meno che tutti, con l’intelligenza e la superiorità morale sugli altri animali di cui tanto ci vantiamo, non ne capiscano l’orrore. The Walking Dead – una serie più viva che mai – ci ha appena mostrato cosa accade quando nel mondo non ci sono più interessi economici, comodità, privilegi, classi sociali.

Quando l’unica cosa rimasta è la terra in grado di darci il cibo necessario a vivere, quando ci spogliamo di ogni sovrastruttura e ci guardiamo dentro. Un ragazzino cresciuto in un mondo spaventoso ha saputo farlo prima di tanti adulti. E quando ha capito che non avrebbe fatto parte del futuro che sognava, l’ha lasciato in eredità alle persone che avrebbero potuto realizzarlo.

Il finale di stagione di The Walking Dead 8 è il punto d’arrivo di un racconto lungo otto anni per dimostrarci che, alla fine, possiamo ancora salvarci. Possiamo trovare la direzione giusta, possiamo mettere da parte l’odio, il pregiudizio, la vendetta e l’ostilità per capire l’unica cosa che importa davvero: che siamo tutti uguali.

L’ultimo episodio dell’ottava stagione di The Walking Dead è un grido contro le diversità, contro la violenza, contro le divisioni.

L’ultimo episodio dell’ottava stagione di The Walking Dead ci racconta di come, dopo aver toccato il fondo e aver scavato a lungo, la nostra stessa natura ci possa portare a vedere le cose da un punto di vista differente.

Noi o loro: chi sono loro?

L’immagine degli zombie sullo sfondo, che Rick indica come l’unico vero nemico, come l’unico essere “vivente” davvero diverso da loro, dai vivi, è il simbolo di quell’universalità di linguaggio che ha fatto la fortuna della serie. Perfino i detrattori, i Lentisti, quelli incollati alla TV solo per vedere quanto è diventata noiosa la serie “sugli zombie” che avevano iniziato a seguire: perfino loro non hanno potuto fraintendere il messaggio di questo straordinario, commovente, perfetto episodio.

Perfino loro hanno riconosciuto nel pianto della piccola Gracie il grido della vita che vuole vincere.

Perfino loro hanno capito che il mondo di The Walking Dead, zombie a parte, non è poi tanto diverso dal nostro.

Perfino loro hanno compreso che non c’è altra soluzione se non la speranza, il perdono, l’unione delle risorse in nome di qualcosa di più grande: un mondo migliore, una vita più sicura per i nostri figli, un’eredità vera e concreta da lasciare a chi verrà dopo di noi.

Macerie, cadaveri e distruzione non porteranno a niente, ci faranno solo estinguere prima del dovuto. Collaborazione, pietà e giustizia ci consentiranno di vivere insieme, di guardare oltre, di vedere ciò che conta davvero.

Il mondo è la nostra casa, la casa di tutti.

Rick Grimes, vicesceriffo, ci ha appena mostrato che bastano poche, semplici regole per trasformarlo in una casa accogliente e giusta per ciascuno. Rick Grimes, vicesceriffo, costruirà una cella. Vi imprigionerà Negan, aspirante padrone assoluto del nuovo mondo, per trasformarlo nella testimonianza vivente di una strada che portava solo a morte e distruzione.

Al lavoro di tanti per i privilegi di pochi (vi ricorda qualcosa?).

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C’è di nuovo uno sceriffo in città

La legge è appena rientrata in vigore: chi non seguirà le regole del mondo in cui tutti avranno gli stessi diritti, verrà punito. Ma verrà punito con umanità. L’era dei privilegi è finita (Maggie, Jesus e Daryl permettendo. Ma di quello parleremo nella prossima stagione). L’era della disuguaglianza è appena stata spazzata via. L’era della giustizia, della collettività, della ricostruzione e della collaborazione è alle porte.

Perché la guerra non lascia abbastanza sopravvissuti, né abbastanza risorse per ricostruire il mondo. La guerra ha senso solo se si combatte contro un nemico con il quale non si può ragionare.

Eccolo qua, il vero ruolo dei vaganti nella serie: dimostrarci che gli unici “diversi” sono i morti tornati in vita. Mentre i vivi, indipendentemente da età, sesso, razza o religione, sono tutti uguali.

Se pensate che questo sia noioso, forse potreste impiegare il tempo che vi separa dalla prossima, noiosissima stagione per riflettere su come The Walking Dead ci racconti la nostra storia. La storia di secoli bui in cui la guerra era l’unica soluzione. Per poi diventare la più redditizia. Guerra dopo guerra.

Forse potremmo impiegare tutti quanti il tempo che ci separa dalla prossima stagione ripensando alla storia.

Riflettendo sul vero significato delle prime otto stagioni di The Walking Dead.

E guardando il telegiornale…

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