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Sulla transessualità una svolta storica dell'Oms - AGI

Sulla transessualità una svolta storica dell’Oms – AGI

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Di pochi giorni fa la notizia che il manuale di classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati, stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS-WHO), giunto alla sua 11 edizione (ICD-11), ha rimosso la gender incongruence dalla lista delle malattie mentali, spostandola nella nuova sezione dedicata alla Salute sessuale. Due buone notizie nell’ambito della salute sessuale, la prima con la creazione  di una sezione dedicata  alle diverse tematiche che in ambito di salute sessuale, possono creare disagio alle persone; la seconda con la considerazione della gender  incongruence non come disturbo mentale ma come una condizione che può creare disagio alle persone che la vivono per via dello stigma vissuto e percepito.

Il permanere di questa condizione all’interno dell ‘ICD11 nasce dall’esigenza di andare incontro al riconoscimento del bisogno di cure sanitarie delle quali le persone transessuali  hanno necessità e che in questo modo rimane garantito.

La gender incongruence fa riferimento quindi alla transessualità, la condizione per cui il sesso di appartenenza che la persona vive non corrisponde al sesso biologico attribuito alla nascita. Questa “incongruenza” provoca conseguenze disagevoli per la persona per via del pregiudizio che ancora oggi permane nel cercare di categorizzare in maniera definita l’identità di genere e il ruolo conseguente. Se ti presenti con un aspetto e dei genitali maschili, non puoi che essere maschio, e tutti i tentativi che farai per vivere in linea  con il senso più profondo di appartenenza al genere femminile, verranno respinti da chi ti sta intorno, giudicati, non accettati, stessa cosa pensata al femminile. 

Questo il profondo disagio che vivono le persone transessuali, sia quelle che fanno un percorso MtF (maschio verso femmina) sia FtM (femmina verso maschio). In questo senso l’accesso alle terapie ormonali che modificano i tratti fisici dell’essere maschio o femmina,  rendono la persona più aderente al senso di sé percepito e  progressivamente più accettabile sul piano sociale, e quindi meno stigmatizzata.  Il percorso è lungo e non sempre lineare, dipendendo da molti fattori individuali e di contesto sociale, in primis ovviamente dalla famiglia.

Consideriamo questo un passaggio storico ma anche doveroso da parte dell’Organizzazione Mondiale della Salute, da anni chi si occupa di queste tematiche e lavora con persone transessuali, sa bene che non si ha a che fare  con individui con disturbi mentali, ma con persone che desiderano essere riconosciute per quello che sentono di essere e di vivere la loro vita congruentemente con questo.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

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