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Stop Rape Italia, per dire no allo stupro come arma di guerra

Stop Rape Italia, per dire no allo stupro come arma di guerra

«Spesso non ce ne rendiamo conto ma essere nati qui, nonostante tutti i casini, è stata una grandissima fortuna. Io ne sono grata tutti i giorni». Per questo Michela Andreozzi, attrice, regista e scrittrice (è in libreria il suo Non me lo chiedete più. #Childfree, la libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa, edito da Harper Collins) è oggi anche il volto della campagna Stop Rape Italia, nata con l’obiettivo di combattere la violenza sessuale nei conflitti. La violenza è una piaga che colpisce donne in tutto il mondo.

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«E sbriciola la loro identità», dice l’attrice, da sempre al fianco delle donne. «Non conoscevo bene questo aspetto della guerra: lo stupro nei territori di guerra è considerato dagli aggressori una vera e propria arma perché oltre a colpire le donne mina anche l’equilibrio sociale».

In base ai dati forniti da Stop Rape Italia, durante il conflitto in Bosnia si stima siano state stuprate tra le 20mila e le 50mila donne. In Sierra Leone sono tra le 50mila e le 64mila le donne sfollate che hanno subito violenza sessuale da parte dei combattenti. Quasi 100mila le vittime in Rwuanda  durante il genocidio del 1994.

Altri Paesi che hanno conosciuto questo orrore sono l’Afghanistan, la Colombia, la Costa D’Avorio, il Mali, il Nepal, la Repubblica Centrale Africana, la Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sri Lanka il Sud Sudan, Sudan (Darfur). Più recentemente anche in Iraq, Libia, Myanmar, Siria, Yemen.

Michela Andreozzi: «Come dire che non vogliamo figli. E che siamo felici»

 «Oltre a contrarre malattie, ad affrontare gravidanze indesiderate e a dovere fare i conti con una situazione aberrante come quella dello stupro, queste donne vengono messe in discussione all’interno della famiglia e nel luogo in cui vivono. Subiscono lo stigma. Violentarle significa aggredire il Paese nei suoi sentimenti, quelli che sono conservati dalla natura femminile: la famiglia, il futuro, la protezione».

Stop Rape Italia è membro della International Campaign to Stop Rape and Gender Violence in Conflict, realtà fortemente voluta da cinque donne Nobel per la Pace riunite nella Nobel Women’s Initiative e che ad oggi riunisce cinquemila membri tra organizzazioni impegnate nella difesa dei Diritti Umani, esperti, attivisti e sopravvissute. La nuova campagna, ideata e prodotta da The Kitchen Farm, verrà presentata a Roma martedì 19 giugno 2018 a Palazzo Madama per la «Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti».

«In Italia, nel secondo dopoguerra, abbiamo avuto migliaia di casi di stupri», spiega Tibisay Ambrosini, coordinatrice nazionale per Stop Rape Italia. «Il nostro Paese è già sensibile alla tematica. Quello che desideriamo sottolineare è che se in passato queste violenze venivano realizzate come “bottino di guerra” adesso sono diventate strategia».

Una vera e propria arma che colpisce anche uomini e bambini. «Le conseguenze fisiche e psicologiche sono sempre devastanti: malattie, problemi ginecologici, depressione», continua Ambrosini. «Un dramma nel dramma è il destino dei bambini che nascono da questi stupri. Non possono essere riconosciuti, vengono considerati figli del nemico, non hanno diritto alla cittadinanza e quindi nemmeno ai servizi sanitari e scolastici. Vengono emarginati e per questo diventano facile preda delle bande armate».

Quasi sempre le violenze arrivano per mano di uomini in divisa. Un ulteriore deterrente alla denuncia. Lo sottolinea Michela Andreozzi. «Nella nostra parte di mondo stiamo cercando di educare le generazioni future alla denuncia della violenza. In un territorio di guerra le vittime di abusi sono rovinate per sempre. Invece di essere tutelate vengono isolate, messe all’angolo».

Accade in Paesi non molto lontani dal nostro, in Libia per esempio. «Lo vivono le donne che attraversano il mare per fuggire. Io sono dalla parte di chiunque si muova dal suo Paese. Per lasciare l’Italia io dovrei essere in una condizione insopportabile, per queste donne riesco ad immaginare solo la disperazione. La loro dignità di esseri umani dev’essere tutelata dal primo momento dell’accoglienza. Non sono semplicemente profughe, sono donne che hanno subìto una violenza intenzionale».

È grazie alle sopravvissute e a quelle che decidono di raccontarsi che qualcosa può essere fatto. «Con questa campagna cerchiamo di metterle in contatto tra loro e con le istituzioni politiche», spiega Tibisay Ambrosini. «Chiediamo per loro un risarcimento omnicomprensivo, ovvero che garantisca loro accesso alle cure, alla giustizia e il reinserimento socio-economico nella società».

Parlarne è la prima cosa che possiamo fare. «Dire anche solo una parola è importante affinché sempre più donne denuncino e questa realtà venga conosciuta», conclude Michela Andreozzi. Perché la brutalità non diventi normalità.

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