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Shirley Manson, i Garbage 2.0: "Le donne si facciano avanti. Asia ...

Shirley Manson, i Garbage 2.0: "Le donne si facciano avanti. Asia …

LOS ANGELES – “Rockettara io? Ma se da sempre mi danno della funny person, persona buffa e un po’ strana”. La voce di Shirley Manson, con quel suo accento scozzese e l’enfasi sulle parole “sempre” e “strana”, come se dovesse spiegare le ragioni di un gesto criminale, hanno la forza di una diva rock che impugna una Fender in concerto. Sono le 7.30 del mattino a Los Angeles. La frontwoman dei Garbage ha i capelli rossi e la faccia d’angelo. Cammina per casa, infila una risata fragorosa qua e là “per interrompere il silenzio”. Ma di silenzio, Shirley Ann Manson ha avuto bisogno nella vita: sette anni di stop con la band dei Garbage, poi il ritorno, la strada solista, e dal 22 giugno la ristampa dell’album Version 2.0 in occasione del ventesimo anniversario. Includerà l’edizione originale, un secondo disco con dieci bonus track e la B-side dell’epoca.

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“Version 2.0 è il più grande successo dei Garbage e il mio personale atto di gratitudine al rock ‘n’ roll”, dice Manson. Nel ’98 raggiunse la prima posizione nelle classifiche e fu certificato disco di platino nel Regno Unito. Quattro milioni di copie in tutto il mondo, quattro nomination ai Grammy, tra cui album dell’anno, cinque singoli estratti, da Push It a I Think I’m Paranoid. I Garbage erano nati come side-project, una costola, un “esperimento intellettuale” del produttore dei Nirvana, Butch Vig (nickname: Nevermind Man). A venticinque anni dalla formazione del gruppo (Manson voce e chitarra, Duke Erikson chitarra e tastiera, Steve Marker chitarra, Vig alle percussioni) e un’autobiografia alle spalle (il coffee table book This Is the Noise that Keeps Me Awake), la leader dei Garbage ha le sue battaglie post 2.0 da combattere: patriarcato, diritti delle donne, industria musicale. E un motto: “Il gender è morto”.

Ha vinto l’Icon Award ai premi NME di quest’anno. Si sente un’icona?
“Non mi sento affatto un’icona, non lo sono mai stata. La parola ‘icona’ è uno spreco, un abuso. Devono passare secoli per dare dell’icona a qualcuno. Quello che resterà di me quando non ci sarò più, non mi interessa. Fa parte dell’umanità, vivere per il presente, vivere il momento. Un giorno sarà tutto dimenticato, tutto spazzatura. Tranne Patti Smith e Louise Bourgeois. Quello che possiamo fare noi, artisti e non, è lasciar entrare una luce nel breve tempo che ci è concesso in Terra. Ispirare gli altri. Toccarli. Ma se sarò o no ricordata tra vent’anni, non me ne frega proprio niente! (ride)”.

Cos’è rilevante per lei?
“La ricerca della verità. A 51 anni, non sono più una donna staccata dalla società. Penso a me stessa come ad un collettivo. E quindi mi arrabbio molto se sotto i miei occhi passano razzismo, omofobia, ingiustizie. Se il governo non alza un dito”.


Vent’anni fa era il simbolo del rock alternativo, ora?
“Resto una combattente. Più leggo statistiche e numeri che gravitano attorno all’industria musicale femminile, più considero la mia missione di femminista una priorità. Il 2% delle produttrici musicali è composto da donne; meno del 16 per cento di tutte le artiste nel mondo sono donne. Ecco perché sono stata la prima a scagliarsi contro il presidente e amministratore delegato della Recording Academy che organizza i Grammy Award, Neil Portnow. Sull’assenza di performer donne sul palco della manifestazione, aveva commentato: ‘Le donne si facciano avanti”. Il primo pensiero è stato: ‘Ma guarda tu questo sessista, ignorante, misogino, senza tatto e senza orecchio’. Il secondo: ‘Dimettiti'”.

Ha ascoltato le parole di Asia Argento a Cannes?
“Asia Argento è una guerriera, una tosta. Ha detto la verità a Cannes. Bisogna alzare la voce quando si parla di violenze: le donne sono state insultate, bruciate al rogo, ricoperte da vergogna per troppo, troppo tempo. Nell’immaginario collettivo, possiamo al massimo essere madri. Siamo seni al vento. Seni che allattano. Se solo osiamo ricoprire un ruolo diverso nella società, ecco il patriarcato che morde e ci chiama ‘prostitute’. Le donne si stanno unendo, grazie anche al potere dei social media, ed entrano in soccorso delle vittime più vulnerabili”.

Ha detto che il movimento #MeToo è un problema che riguarda essenzialmente gli uomini.
“Il messaggio è: ‘Basta violenze, non abusate di noi’. #MeToo cerca un punto di incontro con gli uomini, loro invece scappano, convinti di non dover cambiare pensiero e di crescere i figli maschi secondo modelli arcaici. Non è un caso che, nel mondo della musica, non mi venga in mente un solo artista uomo uscito allo scoperto a nostro sostegno”.

Che ricordo ha della sua prima gig?
“Il debutto è stato al Potterrow Student Union dell’università di Edimburgo nei primi anni Ottanta, con la mia prima band, GoodBye Mr Mackenzie. Nei gruppi rock tutti al maschile, inclusi i Garbage, mi sono sempre sentita a casa: mi trattavano come una di loro, suonavo, cantavo, scrivevo, improvvisavo. Quando sono nati i Garbage, i produttori avevano in testa Nirvana, Sonic Youth e gli Smashing Pumpkins. La verità è che io non ho mai voluto fare la cantante ma la ballerina”.  

Che ricordo ha dei tempi passati assieme ai Garbage?
“Ci siamo ‘bevuti’ gli anni Novanta. Li abbiamo vissuti tutti d’un fiato, soprattutto agli esordi. Ero così determinata: volevo arrivare, volevo farcela. O semplicemente cercavo di sopravvivere come potevo. Non mi sentivo particolarmente affezionata alla band, la consideravo una creatura di Butch, una boy band a tutti gli effetti. Ma una leader è una leader quando fa sentire la sua voce, giusto? Io l’ho fatto. Mi ero appena trasferita dalla Scozia al Wisconsin, se mi guardavo indietro vedevo solo una ‘me’ squattrinata e senza impiego. Ero già stata in una band, l’etichetta discografica aveva dato il benservito, il governo inglese ci aveva messo in difficoltà con le tasse. La chiamata di Butch Vig mi ha salvato la vita. Quando mi sono presentata in studio, però, mi è parso che nessuno dei Garbage fosse intenzionato ai tour e a una vita sopra il palco. Parlavano di un’operazione intellettuale, non di un futuro come gruppo rock. Chi lo avrebbe mai detto…?  Ancora oggi riceviamo messaggi di fan che ci ringraziano perché le nostre canzoni li hanno aiutati a cambiar vita, se non sesso. È accaduto di recente con il lancio della bonus track, Lick the Pavement”.

La sua è una delle voci più riconoscibili nel panorama musicale. Qual è il segreto?
“(ride) C’è chi ha scritto che è una voce infernale, perché associata al rock, e chi mi ha raccontato di giovani sacerdoti che usano le canzoni dei Gargabe per smuovere i fedeli. Sono senza parole ma è bellissimo. Sono cresciuta in una cultura immersa nel presbiterianesimo. La religione è sempre stata parte della mia giovinezza; mio padre, che è stato anche mio insegnante, ha tentato di inculcarmi quei valori e portarmi con lui nelle chiese protestanti. Ho finito con il rinnegare qualsiasi forma di organizzazione religiosa; mio padre rimane un grande esempio di uomo, mi ha sempre mostrato il lato bello del credere e dell’essere praticanti”.

Ha visitato Roma con i Garbage.
“Ricordo il calore delle persone, il Vaticano – sembrava di stare su un altro pianeta – e una coda interminabile per la Cappella Sistina. È nella lista delle cose da fare: tornare a trovarvi in Italia”.

La ristampa dell’album Version 2.0 per il ventesimo anniversario dall’uscita è una rinascita?
“No, direi un riconoscimento. Un riconoscimento di quello che abbiamo costruito insieme e di quello che abbiamo perduto nel fuoco. La vita di ciascuno di noi è distruzione e ricostruzione. Io e gli altri membri dei Garbage abbiamo ritrovato delle videocassette con i backstage delle registrazioni e dei concerti. Non rivedevamo quel materiale dal ’95. Pazzesco. Tornare indietro con i ricordi è un’esperienza esistenziale, come Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Sembravamo giovani e innocenti”.

Il rock è più vivo sul palco o nelle librerie di iTunes?
“Il rock sarà sempre rock, così come il pop è pop, l’opera è opera. Non so articolare un pensiero attorno al rock. Non saprei dire perché mi senta così attratta dal rock. Ma a chi dice che il rock è morto, io rispondo: ‘Forse per te. Io sono viva. Ho ancora il fuoco dentro’. I giovani sono portati per la ribellione. E per una chitarra. Quello che purtroppo non avranno, in futuro, è il sostegno di un impianto discografico. L’economia dell’industria cambia e non ha l’anima del rock, lo stesso vale per l’hip hop, il rap, lo scratching, il beatboxing. Non c’è abbastanza capitale per la sottocultura, oggi”.

I Garbage hanno fatto il 20 Years Queer tour. Che cos’è queer per lei?
“Le comunità LGBTQ sono sempre state importanti per me. Lotto per loro, sono in prima linea. Mi affascina il non conforme e queer, secondo me, significa appunto ‘non conforme’, non aver paura di dire ‘sono lesbica’, ‘sono gay’. Il gender è morto. Le convenzioni, i costrutti della società sono marcescenti. Attenzione a chi vuole etichettare il prossimo a tutti i costi: lo fa perché intollerante e ignorante”.

Qual è la prossima cosa ‘non conformista’ che farà nella vita?
“Rifare il letto alle 9 del mattino”. 

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