domenica , dicembre 16 2018
Home / Sessuologia ed Altro / Sesso e Politica: attualità di un sentire rivoluzionario senza rivoluzione
Sesso e Politica: attualità di un sentire rivoluzionario senza rivoluzione

Sesso e Politica: attualità di un sentire rivoluzionario senza rivoluzione

🔊 Ascolta l’articolo

Nel luglio del 1976 uscì un piccolo libretto divenuto in brevissimo tempo un cult editoriale: Porci con le ali, diario sessuo-politico di due adolescenti scritto dallo psichiatra Marco Lombardo Radice e dalla scrittrice Lidia Ravera: a pubblicarlo fu la casa editrice Savelli, specializzata in saggi politici molto di sinistra (fu il primo editore a pubblicare in italiano uno scritto di Ernesto Che Guevara, nel 1967), in una collana che si chiamava Il pane e le rose, chiaro riferimento ai primi movimenti femministi inglesi, e a rivendicazioni proletarie.

Inizialmente al posto dei nomi degli autori c’erano quelli dei due personaggi principali, i liceali romani Rocco e Antonia. Il romanzo è scritto come un doppio diario in cui i due ragazzi raccontano le loro prime esperienze politiche e sessuali, oltre alla loro storia d’amore con un linguaggio molto esplicito, peraltro narrando anche delle loro esperienze omosessuali. Negli anni, Porci con le ali ha venduto più di due milioni e mezzo di copie ma è stato probabilmente letto da molte più persone, dato che circolarono molte copie pirata nel periodo in cui il libro fu sequestrato: infatti nel dicembre del 1976 il procuratore Giovanni De Matteo fece sequestrare le copie del libro, che nell’ottobre dello stesso anno era al primo posto nella classifica dei libri più venduti, e il 24 dicembre era ancora al secondo. Prima del sequestro il romanzo aveva venduto 450mila copie. Marco Pannella e altri tre deputati del Partito Radicale fecero un’interrogazione parlamentare per chiedere che il libro fosse di nuovo distribuito. Non si sa bene come andarono le cose, probabilmente la causa non andò da nessuna parte; in ogni caso già alla fine del gennaio 1977 il libro era tornato in libreria.

Quel libro raccontava la vita dei figli di una sinistra bacchettona, la piccola borghesia cittadina ed era un libro scritto da due persone che venivano da un ambiente esclusivo, un’élite di intellettuali comunisti, di una sinistra radicalchic. Ma in Antonia e Rocco si sono riconosciuti in tantissimi, visto il successo e il numero di copie vendute: quei molti altri erano probabilmente tutti coloro che cercavano di risolvere le contraddizioni interne della sinistra italiana, anche arrivando a forzare i tabù sessuali. Erano i figli di genitori comunisti che promettevano cambiamenti, rivoluzioni, mentre i gruppi extraparlamentari imponevano una rigidità assoluta. E loro, giusto nel mezzo, si chiedevano quale fosse il senso di certi comportamenti se poi, tanto, i cambiamenti non c’erano neppure nella vita di tutti i giorni. Ecco allora che capirono che la battaglia non andava fatta solo per il potere, ma anche e soprattutto per il piacere.

“Porci con le ali” non piacque ai critici, anche perché i contenuti entravano in contrasto con la sinistra tradizionale, mostravano le brecce che si stavano aprendo (già allora) in tutta la sinistra parlamentare ed extraparlamentare.

Il clima politico oggi è cambiato, ma, a distanza di tanto tempo questo diario fa ancora parlare di sé e viene riproposto in una nuova edizione (Oscar Mondadori), con la prefazione di Lidia Ravera, che scrive: “Dopo quarant’anni Porci con le ali è ancora il miglior manuale di liberazione sessuale (…) Lo leggeranno ancora, dunque, questo storico libro, oggi? Probabilmente sì: lo riprenderanno in mano tutti coloro che in passato ne hanno fatto la loro bandiera, che si sono riconosciuti e identificati nei protagonisti e proveranno nostalgia; lo leggeranno i loro figli e nascerà in loro la curiosità per quella terra lontana, dove vivevano ragazzi con grandi speranze; e lo leggeranno i loro nipoti e ricorderanno che un c’era un tempo in cui… i porci avevano le ali”.

Quello che segue è lo stralcio di uno dei capitoli che compongono il testo, un significativo momento dello stato d’animo di un adolescente di quarant’anni fa, in un certo senso, straordinariamente attuale:

“Era un pezzo che non piangevo. Intendo dire senza cipolle, lacrimogeni, strippi da fumo o mal di denti. La sensazione è come soffiarsi l’anima nel fazzoletto. Bella. Ti scarichi. Non so se ho pianto perché uno è morto o perché c’è la morte, perché io sono viva o perché io morirò, perché lui non sarà più vivo o perché dopo la morte non c’è un’altra vita. Un po’ è stata anche la rabbia: avrei voluto urlare ai poliziotti di levarsi il cappello (l’elmo o come cazzo si chiama) perché erano di fronte a una cosa di eroismo. Che forse in vita loro non gli sarebbe capitato mai più di vedere una cosa così bella: bella come uno che si fa ammazzare anche se non ne aveva bisogno, anche se non glielo aveva ordinato nessuno, anche se era giovane e magari innamorato. Mi aspettavo che qualcuno disertasse di fronte ai nostri silenzi incazzati e corresse verso di noi buttando il fucile per aria e strappandosi la divisa. Accidenti alla mia immaginazione. Quando hanno imbracciato gli scudi è stato come se non avessi mai visto la polizia caricare, come se non sapessi che “la polizia è cattiva” perché la società è divisa in classi e via dicendo. Uno shock. È sempre lei, la mia fottuta immaginazione. Le mie fantasie e le mie emozioni: mi aspettavo che ci avrebbero detto: «Bravi ragazzi», «Questo sì che è un comportamento civile», perché avevano ammazzato un nostro compagno e noi si era tutti lì a mostrare i pugni in silenzio, invece di ridere e stare a scuola. Come quando gli austriaci hanno sparato alla piccola vedetta lombarda. Com’era? Dulce et decorum est pro patria mori? E perché la patria sì e la rivoluzione no? Non hanno caricato, questa volta. Ma quando mi sono accorta che non avrebbero caricato mi sono incazzata ancora di più. Il silenzio si è rotto e ci siamo messi a urlare tutti. Avevo la sensazione che non ci pigliassero nemmeno sul serio. Mi è sembrato perfino che ridessero (tipo “lasciamoli sfogare” o roba del genere). È stato allora che mi è venuto l’attacco di solitudine. Di colpo. Di colpo io ero sola al mondo. In piazza non c’era più nessuno e di tutto quello che avevo fatto io niente era serio, niente era importante, niente contava, anzi non esistevano neanche né le mie idee né le mie azioni. E io tutta la vita non avevo fatto nient’altro che dare zuccate nei vetri come un moscone impazzito.”

🔊 Ascolta l’articolo

Leggi Anche

Giovanni Ciacci: «Il mio libro sul primo trans d'Italia (dedicato ad ...

Giovanni Ciacci: «Il mio libro sul primo trans d’Italia (dedicato ad …

Un libro, una serie tv, il coronamento di un amore. Poi, il ritorno a Ballando …