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Perché dopo 5 anni di pontificato Francesco non ha ancora visitato ... - AGI

Perché dopo 5 anni di pontificato Francesco non ha ancora visitato … – AGI

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Cinque anni dall’elezione di Papa Francesco. Ma anche cinque anni che Jorge Mario Bergoglio ha lasciato l’amata diocesi di Buenos Aires e tutto il suo mondo di prima. Che amava moltissimo. Non è un uomo anaffettivo e certamente questo distacco così netto e totale gli è costato tantissimo.

Nel suo primo viaggio apostolico, Papa Francesco si prese un giorno di riposo. Martedì 23 luglio 2013, infatti, se ne restò tutto il giorno nella Residenza di Sumaré a Rio de Janeiro, dove era ospite dell’arcivescovo Tempesta. In quella casa circondata dal bosco dove giocano gli arctopitechi, le scimmiette del Brasile, il nuovo Papa sperimentò tutta la durezza della sua situazione di esule. La distanza di 2 ore e mezza di volo dalla città della quale appena pochi mesi prima era il pastore dovette sembrargli incolmabile, forse è stato quel giorno che ha capito quanto gli sarebbe stato difficile tornare a casa almeno per qualche giorno.

Fatto si è che da quel viaggio, praticamente ad ogni volo di ritorno, quando incontra noi giornalisti che lo seguiamo nelle sue visite, Francesco è costretto a rispondere alla domanda: “quando andrà in Argentina?”. Le sue risposte le ha riassunte qualche mese fa il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke, che parlando del 2018 che stava per iniziare ha detto: “il Papa non ha previsto per il prossimo anno una visita all’Argentina”. Poi Burke ha aggiunto: “I motivi sono gli stessi che il Santo Padre ha spiegato in un video al popolo argentino.

L’impossibile viaggio nella sua Argentina

Le ragioni sono le stesse”. Il portavoce si riferiva alle parole del Papa, del settembre 2016, con le quali spiegò: “nell’agenda dei viaggi per il 2017 non vi è spazio per una visita in Argentina … sono stati fissati diversi impegni … il mondo è più grande dell’Argentina …. occorre dividersi …”. (“Ustedes no saben cuánto me gustaría volver a verlos. Y tampoco podré hacerlo el año próximo, porque ya están compromisos fijados para Asia, África… el mundo es más grande que Argentina, pero hay que dividirse”). Tutto lascia dunque pensare che l’attesa degli argentini di ricevere il “loro” Papa sarà ancora lunga. 

Tanto ci si è interrogati sui media sul perché il viaggio venga ogni volta rinviato. Ma un indizio per capire cosa pensi davvero Francesco (e non può dire) ce lo abbiamo. Già da arcivescovo di Buenos Aires l’attuale Papa non dava la comunione ai fedeli per evitare che qualche persona non degna di riceverla potesse farsi fotografare e poi vantarsi di averla ricevuta da lui. Un’abitudine che ha confermato quando, come dice spesso, ha cambiato diocesi.

Insomma il motivo che gli impedisce di recarsi in Argentina da Papa è probabilmente la conoscenza personale che Bergoglio ha della corruzione criminale che si annida nel potere politico del suo paese, ai vari livelli. Certo Francesco non si illude che il resto del mondo e i tanti paesi che raggiunge con le sue visite pastorali ne siano immuni. Ma c’è una differenza: il Papa dà loro la mano perché può sperare che essi siano personalmente estranei alla delinquenza. Ovvero che i rappresentanti delle istituzioni quando lo accolgono gli porgano delle mani pulite. Nel caso dell’Argentina questa presunzione d’innocenza non gli è concessa: Bergoglio conosce bene la situazione dei governanti e sa bene quanto la criminalità sia penetrata nelle istituzioni. E non vuole coinvolgere la Chiesa di Gesù Cristo nei loro traffici.

 

L’uccisione di padre Viroche un avvertimento mafioso a Francesco

Né mancano segnali dalla stessa “mafia” argentina nei confronti del Papa. “Uccidendo padre Juan Viroche si è voluto lanciare un avvertimento mafioso a Papa Francesco. Infatti si è voluto marcare il territorio dicendo a Bergoglio: nel tuo paese è al governo il partito della guerra. Puoi dire quello che vuoi ma qui in Argentina comandiamo noi, nel tuo paese non sei un profeta”,  spiega il deputato di Buenos Aires Gustavo Vera, in un’intervista sul caso del sacerdote ucciso l’anno scorso a La Florida, nei sobborghi di Tucuman, perché aveva denunciato un traffico di minorenni avviate alla prostituzione. 

“Lo stesso messaggio mafioso – ha sottolineato Gustavo Vera – è rivolto ai pastori che coraggiosamente tentano di opporsi, come faceva padre Viroche, al narcotraffico e alla tratta delle ragazze. Questo omicidio ha anche lo scopo dichiarato di dividere la Chiesa in Argentina. Tutti quelli che si compromettono rischiano di fare la fine di Viroche”.

Gustavo Vera paragona questa situazione che vige in Argentina, il paese di Papa Francesco, a quella della Polonia al momento dell’elezione di Giovanni Paolo II. “Nel 1981 – ricorda – tutti gli amici del Papa erano in carcere. Qui – afferma – vige il partito della guerra. La gente non arriva a fine mese ma alcuni prosperano con affari criminali. E spesso sono le stesse famiglie che erano compromesse con la dittatura militare e assassina. Ostentano perfino di essere vicini alla Chiesa”.

Proprio Gustavo Vera ha avviato in Argentina una battaglia legale per cercare di chiarire le circostanze della morte di padre Viroche, una vera e propria esecuzione presentata dalle autorità locali come suicidio. Tesi per molti mesi avallata dal vescovo locale Alfredo Zecca, che per questo il Papa ha destituito privandolo (caso unico) del titolo di vescovo emerito di Tucuman. Questo presule prima ha ignorato le minacce che padre Juan aveva ricevuto, quando avrebbe potuto metterlo in salvo. E poi ha evitato di guardare in faccia la cruda realtà, cioè che le lesioni riscontrate sul corpo del religioso, trovato impiccato nella sua chiesa il 4 ottobre 2016, provano che prima di essere appeso alla corda il parroco era stato massacrato di botte.

 

La “messicanizzazione” dell’Argentina

Insomma, quando Papa Francesco parlava di “messicanizzazione” dell’Argentina, sapeva bene quello che diceva e le sue parole hanno trovato una tragica conferma nell’assassinio del prete anti tratta e anti narcos. 

Il parlamentare di Buenos Aires è convinto che “il reato in questione è strettamente legato alle accuse fatte dal sacerdote contro la criminalità organizzata, più precisamente riguardanti i reati di traffico di droga e omicidi correlati. La pietra angolare della richiesta di cambio di giurisdizione è in questi due crimini menzionati nella sua ipotesi di inchiesta federale”.

Oltre a chiedere che i tribunali ordinari siano inibiti riguardo a questo caso, Vera ha anche formulato accuse circa il potere politico della regione di Tucuman e nei confronti di un ufficiale di polizia “intervenuto promiscuamente nella scena del crimine, senza le precauzioni minime richieste dai protocolli di polizia”. E’ poi emerso, da un’inchiesta giornalistica di Lucia Capuzzi e Nello Scavo pubblicata da Avvenire, che la matrice criminale dell’omicidio Viroche riporta a una banda di ex agenti dei servizi segreti al tempo della dittatura che hanno in mano la tratta delle ragazze e che qualche anno fa minacciarono di morte l’allora arcivescovo di Buenos Aires, che aveva dato la sua protezione a una ragazza considerata traditrice per aver denunciato suo padre.

Personaggi che sembrano godere di immunità sia a Buenos Aires che a Tucuman. Un coinvolgimento tra potere politico e criminalità che lambisce anche la figura del presidente Mauricio Macrì, il cui nome peraltro compare all’interno dei documenti noti come Panama Papers, pubblicati dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. Macri figura in effetti come amministratore delegato di due società offshore con sede alle Bahamas, risalenti all’epoca in cui era sindaco della capitale Buenos Aires.

Come è noto, Francesco ha utilizzato due anni fa in un messaggio riservato l’espressione “messicanizzazione dell’Argentina”, provocando una nota di protesta del Messico, con il segretario agli Esteri, José Antonio Meade, che si affrettò a esprimere “tristezza e preoccupazione rispetto alle comunicazioni che sono state fatte, in riferimento a una lettera privata di Papa Francesco” e a rivendicare che il Messico “ha ripetutamente dimostrato il suo impegno a combattere i cartelli”.

Sul che è opportuno stendere un velo pietoso e limitarsi a ricordare i 43 studenti massacrati in circostanze mai chiarite ed evocare l’uccisione del cardinale Posada Ocampo sulla quale dopo 23 anni si attende ancora che sia fatta luce. Per non parlare dei tre napoletani spariti nei giorni scorsi nello stato di Jalisco.

Ma non è che in Argentina le cose vadano meglio: “la situazione è terrificante”, ha affermato Francesco nella mail che porta la data del 21 febbraio 2015 e sarebbe stata scritta in risposta ad un’altra nella quale Vera informava Francesco dell’impennata del narcotraffico in Argentina.

 

Le evidenti  commistioni tra mafia e politica 

Recentemente il “Barometro del narcotraffico e delle dipendenze in Argentina”, curato dall’Osservatorio sul debito sociale argentino (Odsa) dell’Università Cattolica (Uca), ha messo in luce una situazione emergenziale: mezzo milione di famiglie argentine ha dipendenze gravi. Dal 2010 al 2014 è aumentato del 50% lo spaccio di droga nelle zone urbane. Mezzo milione di famiglie argentine ha dipendenze gravi e la dipendenza associata alcol-droghe riguarda oltre centodiecimila persone. Sono aumentate a dismisura le cocinas (laboratori artigianali per la lavorazione della cocaina), che si trovano in pieno centro a Buenos Aires e Rosario.

Il rapporto prende in esame anche la percezione del fenomeno da parte della popolazione (anche qui risalta l’impennata rispetto al 2010), le dinamiche del reclutamento di molti giovani disoccupati da parte dei narcotrafficanti, l’insufficiente presenza delle forze dell’ordine. Trovano così conferma le crescenti denunce, arrivate non solo dall’episcopato, ma anche da numerosi osservatori internazionali.

“Pur vivendo Jorge Mario Bergoglio oggi a migliaia di chilometri di distanza dal suo Paese natale, i continui contatti con preti e laici che vivono nei barrios degradati, in quelle che vengono chiamate villas miserias, lo avevano portato ad intuire – commenta Bruno Desidera, giornalista esperto di America Latina – l’escalation del narcotraffico in Argentina e, nel contempo, l’aumento di molte persone coinvolte in situazioni di dipendenza da droghe o alcol. Lì per lì l’espressione aveva fatto scalpore soprattutto in Messico. Qualcuno si era offeso, il Governo messicano aveva chiesto spiegazioni, il Papa stesso aveva chiarito la genesi e il senso di quell’espressione nell’intervista concessa, in occasione del secondo anniversario della sua elezione a Valentina Alazraki per la televisione messicana Televisa, precisando che si trattava di un termine tecnico, come balcanizzazione”.

Ma “in effetti, che il Messico abbia da tempo superato la Colombia nelle triste classifica dei Paesi con più narcotraffico, non è un mistero. Ma la novità, appunto, veniva dall’Argentina. Ora – conclude Desidera –  le sensazioni di Papa Bergoglio e dell’episcopato argentino, che nel novembre del 2013 aveva diffuso una nota su tale problema, trovano nei numeri una triste conferma”.

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