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Italia, Stati Uniti, Francia. Cosa dicono le leggi su sesso e consenso ...

Italia, Stati Uniti, Francia. Cosa dicono le leggi su sesso e consenso …

DOPO WEINSTEIN

Cosa vuol dire consenso? Quand’è che un atto sessuale costituisce violenza? Le donne che assecondano le richieste di un uomo (più) potente, lo fanno per scelta o imposizione? Come una diga che improvvisamente crolla, il caso Weinstein ci ha investito con un’ondata di denunce e domande: in America, in Europa, ma anche in Sudafrica, India, e Australia le donne hanno iniziato a raccontare gli abusi quotidiani, dal «semplice» sessismo agli stupri in famiglia e sul lavoro, dando voce a un fenomeno la cui vastità non può che spaesare e spaventare.

E come sempre succede di fronte ai punti di svolta, ai fenomeni che cristallizzano un cambiamento ancora in corso, le reazioni sono state spesso estreme ed opposte: dal bollare di violenza qualsiasi comportamento sessista, a liquidarli come cose che succedono, ad accusare di opportunismo le donne che ne sono state vittima.
Su Corriere.it abbiamo provato a chiedere ai lettori e alla lettrici di valutare una serie di comportamenti, per poi fare la stessa domanda a un magistrato esperto nel contrasto alla violenza sulle donne, Fabio Roja. Le risposte sono state in alcuni casi molto diverse. Come diversa e in evoluzione è la definizione legale di consenso, tanto negli Stati Uniti che in Europa. Basti pensare alla legge «Yes means Yes» approvata nel 2014 in California dopo le polemiche per l’«epidemia» di stupri nei campus universitari: «Considera violenza qualsiasi avance sessuale che non abbia ricevuto un consenso esplicito — spiega Anna Lorenzetti, ricercatrice dell’università di Bergamo che si occupa di diritto antidiscriminatorio — mentre prima per riconoscere che c’era stata violenza si doveva dimostrare che la donna aveva opposto una resistenza esplicita e non equivoca, quasi sempre fisica. C’è stata una completa inversione di quello che in termini tecnici si chiama onere della prova». Anche nel diritto italiano i cambiamenti sono recenti: soltanto fino a 21 anni fa lo stupro era considerato un reato contro la morale e non contro la persona.

Ma c’è anche un altro elemento: «Oltre ai codici e alle norme, una parte importante della storia giuridica della violenza l’ha fatta e la continua a fare la giurisprudenza, le decisioni dei tribunali» spiega Laura Schettini, storica dell’Università Orientale di Napoli che con Simona Feci ha curato il libro La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI), appena uscito per Viella. «Anche oggi leggi e sentenze non esprimono gli stessi orientamenti: perché una violenza prevista come reato dal codice, come lo stupro, venga sanzionata in tribunale — aggiunge la studiosa — è necessario che concorrano diversi elementi. Uno dei più importanti è la reputazione della donna, la sua rispettabilità, ma anche il profilo dell’autore». Un meccanismo che abbiamo visto all’opera anche nel caso Weinstein, in particolare con le accuse ad Asia Argento.
Qui proviamo a fare il punto su come si è evoluta a livello giuridico la nozione di consenso in Italia, negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei. Con un’avvertenza — sulla quale torneremo nelle prossime puntate dell’inchiesta —: le leggi sono l’ultima risorsa e ci sono tutta una serie di comportamenti che, per quanto non sanzionabili legalmente, non vanno comunque bene perché sono discriminatori e sessisti. È fondamentale combatterli con una cultura nuova, di uomini e donne.

ITALIA
Nella prassi giuridica il nodo centrale per stabilire se c’è stata violenza sessuale è ancora una volta il consenso o la sua mancanza: «Si può parlare di atto sessuale consenziente quando il consenso c’è sia prima che durante tutto lo svolgimento del rapporto — spiega il magistrato Fabio Roja —. È infatti sempre revocabile: se in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo la donna cambia idea e fa capire di non aver voglia ma l’uomo compie comunque un atto sessuale si tratta di stupro. E il gesto repentino, come il palpeggiamento sull’autobus, è considerato sempre violenza perché non si dà neppure il tempo alla vittima di esprimere il suo consenso».
Di fronte ai casi più controversi significa dover dimostrare in tribunale che «la donna ha manifestato il proprio dissenso o verbalmente o in modo manifesto ed esplicito, per esempio andandosene o facendo resistenza» aggiunge Roja. Oppure che c’era una costrizione tale (come la minaccia di un’arma) che era impensabile opporsi.

«In questi casi l’obiezione che si sente più spesso è “Lei non ha urlato”. Ma spesso, soprattutto se sanno di non poter ricevere aiuto, le donne si proteggono con uno stato di alienazione — aggiunge la ricercatrice Anna Lorenzetti —. Non si può considerare liberamente consenziente una persona che sa di non avere vie di fuga o di non poter resistere e che quindi non si oppone fisicamente». Succede anche se la vittima è in uno stato che diminuisce le sue facoltà mentali: «Il consenso si presume viziato se la persona è sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o alcol — dice Lorenzetti —. In generale quando si giudica il confine tra una avance non richiesta o una molestia sessuale, bisogna considerare la condizione di minorità giuridica, economica, sociale della vittima. Se per esempio l’abuso avviene durante un colloquio di lavoro, quando la donna ha bisogno e l’uomo ha un potere, si crea una subordinazione gerarchica e uno stato di soggezione psicologica. La sua capacità di reazione è limitata».

A lungo però caratteristiche e atteggiamenti delle donne sono stati interpretati come indizi di un loro consenso a priori (e magari non più revocabile): «Si pensi al ruolo giocato dall’abbigliamento nei processi per stupro — commenta ancora Lorenzetti —. A un uomo non si dice che è stato rapinato perché portava la giacca invece che la felpa, ma una donna in minigonna “se l’è andata a cercare”».
Oggi il codice penale stabilisce che compie violenza sessuale «chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali», oppure lo fa «abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa» o «traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona». Per lo stupro è prevista una pena da 5 a 10 anni, diminuita fino a due terzi in caso di forme meno gravi di violenza.
Inoltre il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna del 2006 stabilisce che sul lavoro «sono considerate come discriminazioni anche le molestie» e quindi le proibisce e sanziona. In particolare le molestie sessuali sono definite come «quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo». Definizioni destinate, con ogni probabilità, ad evolversi ancora.

STATI UNITI
È successo di recente in California, negli Stati Uniti: «Lì dal 2014 la legge richiede consenso “affermativo, cosciente e volontario” a qualsiasi forma di interazione sessuale — racconta Lorenzetti —. Ogni atto sessuale che non ce l’abbia è considerato violenza». Un principio sintetizzato nel dibattito pubblico con la frase «Yes means Yes», «Sì significa Sì». In base allo stesso principio se la persona con cui si fa sesso è incosciente perché sotto l’effetto di alcol o droga il rapporto viene considerato una violenza sessuale, perché è incapace di esprimere il suo pieno assenso.

FRANCIA
La legge francese stabilisce che affinché l’espressione del consenso sia considerata valida non debbano essere state esercitate violenza, pressioni fisiche o psicologiche; che l’uomo (nella maggior parte dei casi) non abbia abusato della sua posizione di superiorità o minacciato rappresaglie in caso di rifiuto e che la vittima non fosse incosciente o sotto effetto di alcol e droghe.
Non esiste un’età minima del consenso e, in base ai principi sopraelencati, quest’anno sono stati assolti due maggiorenni che — in due episodi diversi — avevano fatto sesso con undicenni. Sull’onda dello scandalo a settembre sono state presentate diverse proposte di legge per far sì che non sia valido il consenso sotto una certa età (si parla di 13 o 15 anni, in Italia è invece fissata a 14 anni) e che il sesso con bambini e bambine sotto tale soglia sia sempre considerato violenza.
«La ministra per l’uguaglianza Marlène Schiappa ha inoltre annunciato che presenterà una proposta di legge per rendere punibili con multe fino a cinquemila euro le molestie sessuali verbali in strada contro le donne. È un tentativo — dice Anna Lorenzetti — di applicare la Convenzione di Istanbul firmata anche dall’Italia, che impegna gli Stati a contrastare tutte le forme di violenza, anche quella simbolica e verbale». È chiaro che non tutte le forme di insulti o molestie verbali avrebbero lo stesso peso. «E bisogna ovviamente vedere quanto sia applicabile la legge — avverte Lorenzetti —, in ogni modo avrebbe il merito di stigmatizzare un comportamento e quindi una funzione deterrente».

GERMANIA
Solo a luglio scorso, dopo le polemiche suscitate dalle aggressioni di Capodanno 2016 in piazza a Colonia, la Germania ha modificato la legge sullo stupro, introducendo il principio che «No significa No». Fino ad allora l’articolo 177 del codice penale affermava che per vedere riconosciuta la violenza sessuale la vittima doveva dimostrare di essersi difesa fisicamente, mentre non bastava il rifiuto verbale.
La nuova norma prevede ora che venga considerato valido anche il dissenso a parole. Per molti osservatori però, pur costituendo un passo avanti, è ancora molto carente perché non protegge le vittime che non possono esprimere adeguatamente il dissenso, come le donne sotto effetto di alcol e droga. In generale la Germania è sempre stata molto arretrata per quanto riguarda la normativa sulla violenza di genere: fino al 1997 non prevedeva lo «stupro coniugale», per il marito cioè era sempre possibile costringere la moglie ad avere rapporti sessuali, anche contro la sua volontà.

SVEZIA
Sul fronte opposto c’è la Svezia: dal 2013 prevede che il consenso non sia valido non solo se la vittima è in stato di totale o parziale incapacità mentale, perché sotto effetto di droga, alcol o anche perché addormentata, ma anche se è «in una situazione particolarmente vulnerabile». I legislatori svedesi, inoltre, stanno discutendo una modifica alle norme sulla violenza sessuale nel senso di quella californiana, che introduca cioè l’obbligo di esplicitare il consenso agli atti sessuali.

SVIZZERA
A gennaio scorso la Corte suprema federale elvetica ha stabilito che togliere il preservativo senza permesso durante un rapporto fino ad allora consenziente costituisce una violenza sessuale. L’uomo che lo ha fatto è stato condannato a 12 mesi con la condizionale. Si tratta di una sentenza destinata a fare scuola: «Anche in questo caso dipende da una violazione del consenso — spiega Anna Lorenzetti —: si basa sul fatto che la donna aveva dato il suo assenso al sesso perché era protetto, ma non lo avrebbe fatto in caso contrario. E che quindi quell’atto è stato estorto sulla base di un presupposto non vero».

@elenatebano

Testi: Elena Tebano
Sviluppo: Grafici Corriere della Sera

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