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In morte di Taviani e Forman. Hanno abitato il cinema tra sguardi di ...

In morte di Taviani e Forman. Hanno abitato il cinema tra sguardi di …

Sono scomparsi a due giorni di distanza i registi Vittorio Taviani e Miloš Forman, morti tra venerdì 13 e domenica 15 aprile a seguito di una malattia. Due autori europei accomunati da diversi elementi, anzitutto anagrafici: Vittorio era nato nel 1929 in Toscana, a San Miniato, mentre Miloš Forman era del 1932 della città di Čáslav, nell’allora Cecoslovacchia. Inoltre, i due registi erano legati da una carica narrativa di contestazione e sperimentazione al livello di linguaggio filmico, che li porterà a imporsi sul panorama internazionale tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, cogliendo il grande vento di rinnovamento nelle scuole cinematografiche europee segnate dalle nouvelle vague. Tanti i premi ottenuti nei principali festival, così come le opere che lasciano in eredità, che possiedono ancora una forte novità e incisività. È interessante rileggere i due autori alla luce delle valutazioni pastorali espresse negli anni dalla Commissione nazionale valutazione film della Cei.

Vittorio Taviani, gli inizi tra cinema di memoria e contestazione

Non si può parlare della carriera di Vittorio Taviani senza menzionare il sodalizio artistico con il fratello Paolo, di pochi anni più giovane (nato nel 1931). Insieme hanno scritto e diretto numerosi film per il cinema e la televisione a partire dagli anni Sessanta. Evidenti le influenze del neorealismo, così come del contesto storico – presente nel loro immaginario il tema della resistenza e della memoria della guerra – e delle dinamiche politico-sociali, che li portano a volgere lo sguardo quasi sempre verso il basso, agli ultimi del mondo del lavoro e della scala sociale. Il successo arriva abbastanza presto, all’inizio degli anni Settanta quando al Festival di Cannes presentano il film tratto dal romanzo di Gavino Ledda, “Padre padrone”, con cui vincono la Palma d’oro nel 1977. L’opera è una fotografia dell’Italia ancora fortemente rurale, dove la figura paterna è dominante e persino oppressiva; un passato che risulta ingombrante nel cammino di formazione di un giovane. La Commissione nazionale valutazione film della Cei scrive a proposito del film, nella scheda di valutazione pastorale: “L’itinerario di Gavino ‘dal silenzio alla parola’, dalla sottomissione alla libertà, dall’analfabetismo alla cultura, è narrato dai fratelli Taviani con asciutto realismo, con un linguaggio lucido e rigoroso, con perfetto accordo tra immagini e colonna sonora” (“Segnalazioni cinematografiche”, n. 84, 1977). Dopo “Padre padrone” continua il successo internazionale per i due fratelli toscani, in particolare con la “La notte di San Lorenzo” (1982) e “Kaos” (1984): con il primo ottengono il Grand prix speciale della Giuria e il premio Giuria ecumenica al Festival di Cannes, così come cinque David di Donatello, due Nastri d’argento e un Globo d’oro; mentre con “Kaos” conquistano due David di Donatello, un Nastro d’argento e un Globo d’oro.

La maturità con “Cesare deve morire”

Negli anni Novanta e Duemila i Taviani rimangono sempre attivi, ma le loro opere sembrano perdere incisività, respiro. Diverse le incursioni televisive, da “Resurrezione” (2001) a “Luisa Sanfelice” (2004), una riflessione storico-letteraria che però non ottiene grande seguito.
Il successo torna poi travolgente nel 2012 con “Cesare deve morire”, che ottiene l’Orso d’oro al Festival di Berlino nonché cinque premi David di Donatello e due Nastri d’argento. Il film, nato dall’esperienza teatrale nel carcere di Rebibbia di Roma, è un potente e toccante racconto dell’umanità dietro le sbarre. I Taviani non fanno sconti ai detenuti, li presentano raccontando sì i reati commessi e le pene ancora da pagare, ma ricordano però allo spettatore l’importanza di uno sguardo di misericordia e inclusione. Su “Cesare deve morire” la Commissione film Cei ha scritto: “I due autori girano in bianco e nero, scelta formale che sottrae la possibilità di distrazioni estetiche (…) Da tempo il teatro nelle carceri è occasione per fare gruppo e creare momenti di crescita. Qui tra i due poli (detenzione/messa in scena) si colloca il cinema degli esperti Taviani. Il risultato è un prodotto imperfetto ma pieno di vita, mosso e dinamico, acuto e carico di suggestioni” (Cnvf.it). Un’opera che, anche se non l’ultima in ordine cronologico – seguono infatti “Maraviglioso Boccaccio” (2015) e “Una questione privata” (2017) –, rappresenta indubbiamente la punta della maturità, un testamento artistico prezioso e poetico.

Miloš Forman, regista contro in Patria e a Hollywood

È nato nel blocco sovietico Miloš Forman, nell’allora Cecoslovacchia, da genitori vittime delle persecuzioni naziste per il loro attivismo contestatorio. Cresciuto con tale ferita familiare, una volta adulto Forman partecipa anzitutto al processo di rinnovamento del cinema nazionale, la cosiddetta “Nová Vlna”, la nouvelle vague ceca, ma poco dopo con la stretta sovietica sul Paese, con la “Primavera di Praga”, il regista emigra stabilmente negli Stati Uniti.
La parabola hollywoodiana inizia nel 1971 con “Taking Off”, che diventa opera di riferimento nell’inquadrare il rapporto conflittuale genitori-figli dopo il 1968. Il grande successo arriverà nel 1975 con “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (“One Flew Over the Cuckoo’s Nest”), adattamento cinematografico del romanzo del 1962 firmato da Ken Kesey.
L’opera – duro e trascinante atto di accusa sulle strutture dei manicomi, luoghi di repressione e disumanità – vince nell’anno successivo cinque Premi Oscar, nelle categorie principali: film, regia, attore (Jack Nicholson), attrice (Louise Fletcher) e sceneggiatura non originale. La Commissione nazionale film Cei, nella sua valutazione pastorale, indica: “Il film non è solo un spietato atto di accusa contro i manicomi, ma una metafora di straordinaria incisività sull’intolleranza del Potere, sui meccanismi repressivi della società, sul condizionamento dell’uomo da parte di altri uomini” (“Segnalazioni cinematografiche”, n. 80, 1975).

Da “Amadeus” alle opere più scomode

Dopo “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, prosegue il racconto del reale da parte di Forman, sempre con il suo stile efficace e colto, non privo di una carica polemica e libertaria. Emblematico è il musical “Hair” (1979), che prende di petto la Guerra del Vietnam cui i giovani americani volevano sottrarsi. Altro picco nella carriera artistica hollywoodiana del regista è “Amadeus” (1984), biopic su Mozart che lo impone definitivamente nell’industria culturale statunitense, vincendo ben otto Premi Oscar: film, regia, attore (F. Murray Abraham), sceneggiatura non originale, costumi, trucco, scenografia e sonoro. Una sontuosa rappresentazione del genio e della vita del grande compositore austriaco, tra luci e ombre.
Negli anni Novanta Forman mantiene la sua linea narrativa e la sua forza stilistico-espressiva, ma i risultati sono di respiro corto e in alcuni casi anche molto problematici, come “Valmont” (1989) e “Larry Flint” (1996). In particolare, nella valutazione pastorale di “Larry Flint” – film biografico sull’editore per riviste per soli adulti negli Usa degli anni Settanta – la Cnvf scrive: “È vero che il lavoro di Larry Flint è quello di produrre immagini pornografiche (…) ma è altrettanto vero che in nessun momento il film tesse l’elogio del protagonista o lancia incentivi a seguirlo su quella strada. Anzi Larry è mostrato come un uomo che vive tra solitudine e sofferenza, un esemplare di quel ‘male involontario’ nel quale l’individuo rimane invischiato, senza sapere come uscirne, chiedendo aiuto senza ricevere risposta, un peccatore che sente confusamente l’esistenza di qualcos’altro ma si ritrae quasi spaventato, un rappresentante della feccia, degli ultimi, per difendere i quali combatte una strenua battaglia civile” (“Segnalazioni cinematografiche”, n. 123, 1997).

() Commissione nazionale valutazione film Cei

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