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Il #MeToo cinese che spaventa il governo

Il #MeToo cinese che spaventa il governo

«Pensi di poter scrivere quello che vuoi, di diffondere la tua voce attraverso i media, di postare sul tuo account WeChat e credi che queste siano le tue libertà? Pensaci meglio, e lasciatelo dire ragazzina: tu non hai nessuna vera libertà. E anzi, quando si tratta di una come te, rimanere priva di libertà è la cosa migliore che ti possa capitare»: l’anonima professoressa universitaria che qualche settimana fa ha intimidito Yue Xin, una studentessa della Peking University, è diventata l’antagonista principale dell’ultimo capitolo di #WoYeShi, la versione cinese del movimento #MeToo che per molti versi si sta dimostrando ancora più combattuta di quella originale.

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Mentre tra Hollywood e le capitali occidentali la questione è diventata uno dei primi argomenti del dibattito pubblico attraverso rivelazioni dolorose, campagne e dimissioni di (a volte finti) insospettabili, da Pechino a Shanghai #WoYeShi deve vedersela con censure, blocchi sui social network, propaganda, detenzioni di attiviste e, soprattutto, con la linea dettata dal più potente partito politico di tutti i tempi. Ma se nell’ultimo mese si è mosso persino il China Daily – il quotidiano che rappresenta la voce ufficiale in inglese del Partito comunista -, significa che ormai anche il governo cinese è costretto suo malgrado a occuparsi di molestie sessuali. E tra le protagoniste della svolta c’è proprio Yue Xin, la studentessa che ha deciso di riaprire un oscuro caso di suicidio insabbiato esattamente venti anni fa.

Il caso Gao Yan

La Peking University , o «Beida», è una delle università dell’élite di Pechino, un campus fondato nel 1898 in cui si sono svolti alcuni degli eventi più significativi della storia cinese. Ma da qualche mese tra i vialetti silenziosi affacciati sul lago Weiming e le aule universitarie è ricomparso un fantasma che sta turbando le pompose manifestazioni ufficiali per il 120simo anniversario dell’inizio delle lezioni: lo spettro si chiama Gao Yan, era una studentessa di letteratura e aveva compiuto da poco 21 anni il giorno in cui si è uccisa, nel 1998. L’unica foto disponibile mostra una ragazza sorridente dallo sguardo vagamente infantile che indossa un maglione molto anni ’80 e un buffo cappello rosso, il colore che anche in Cina rappresenta buon auspicio.

La prima a rievocare il fantasma di Gao è una sua amica, Li Youyou, che oggi vive in Canada e all’inizio di aprile – nel giorno che i cinesi dedicano alle tombe dei defunti – posta una lettera per raccontare la verità sul suicidio: secondo Li, dall’età di 19 anni Gao è stata sistematicamente stuprata da Shen Yang, all’epoca docente alla Peking University e oggi accademico 62enne in forze all’università di Nanchino, insignito di uno dei principali premi accademici dal ministero dell’Istruzione.

Il post sul blog di Li si diffonde sul web cinese, arriva fino alla Peking University e Yue Xin, studentessa all’ultimo anno di letteratura già coinvolta in diverse attività contro le molestie sessuali, decide insieme ad altre compagne di riaprire il caso. Attraverso la richiesta di documenti ufficiali le attiviste della Peking scoprono che Gao aveva denunciato gli stupri all’università, ma le istituzioni accademiche avevano liquidato la questione come una relazione consensuale e la vicenda si era chiusa solo con una nota di demerito ai danni del professore all’epoca 42enne, poi seppellita e dimenticata in chissà quale ufficio.

Di più: nella lettera scritta prima del suicidio Gao raccontava delle voci messe in giro dal docente su una sua imprecisata malattia mentale, e del progressivo isolamento causato da questi pettegolezzi.

A distanza di vent’anni, sull’onda delle centinaia di migliaia di visualizzazioni del post scritto da Yue, il professor Shen è finalmente costretto a dimettersi, ma l’iniziativa della studentessa provoca subito la rappresaglia delle istituzioni universitarie. Alla fine di aprile Yue viene svegliata di colpo nel cuore della notte e convocata da una docente per un colloquio in pieno stile da Rivoluzione Culturale: davanti alla madre in lacrime, la professoressa accusa la ragazza di avere diffuso online una chat privata su come la Peking University sta gestendo il caso Gao Yan e di intrattenere rapporti con i media. Poi, con i divieti di comunicare via social a pena della discussione della sua tesi, arriva la stoccata finale, l’insinuazione di contatti con «forze straniere ostili»: «Se ad alti livelli il tuo comportamento dovesse essere ritenuto ‘sovversivo’, non si tratterà solo di una questione scolastica, ma potresti essere incriminata per tradimento».

Di questo drammatico colloquio notturno non si saprebbe nulla se Yue Xin non avesse deciso di raccontare tutto con un nuovo post pubblicato il 30 di aprile, in una sfida aperta alle autorità universitarie. Nonostante l’intervento immediato della censura, gli studenti che hanno fatto in tempo a leggerlo hanno iniziato a diffondere nel campus cartelloni di sostegno a Yue, post di protesta e persino a manifestare il proposito di evitare le celebrazioni per il compleanno dell’università con l’hashtag #NotMyAnniversary.

La mobilitazione ha attirato l’attenzione delle alte sfere del Partito comunista cinese al punto che il China Daily – pur senza nominare mai direttamente il caso specifico – pubblica infine un editoriale pieno di obliqui riferimenti alla vicenda dal titolo «Come ascoltare la voce delle generazioni più giovani». Forse, il punto di vista più significativo è quello espresso in una chat di gruppo che circola in questi giorni tra gli studenti: «La dirigenza della Peking University attribuisce all’intera vicenda un valore politico, e ritiene che gli studenti coinvolti siano in qualche modo in combutta con potenze straniere». Insomma, in Cina le molestie sessuali e il movimento #MeToo sono caricati di una valenza politica se possibile ancora più esplosiva che in Occidente. Ma perché?

 

Il privato è politico

Nell’ottobre scorso, quando il caso Weinstein esplode in tutta la sua potenza, il solito China Daily pubblica un altro editoriale molto diverso da quello delle ultime settimane, nel quale sostiene che le molestie sessuali siano un problema tutto occidentale. Affidato a un accademico canadese di origine egiziana – una delle tante voci straniere che la propaganda di Pechino recluta spesso per conferire presunta autorevolezza alle proprie posizioni – il pezzo d’opinione sostiene che «la violenza sessuale non è un problema universale». «Che cosa impedisce alle molestie sessuali di essere un fenomeno altrettanto comune in Cina, come invece lo è nelle società occidentali?» si chiede l’editorialista, che poi con assoluto sprezzo del pericolo si risponde: «È un fatto assodato che la Cina è una società tradizionale fondata su valori e virtù onorevoli che rispettano la dignità e l’umanità dei suoi cittadini, indipendentemente dal genere sessuale. Le autorità cinesi trattano con severità coloro che mancano di rispetto a sé stessi comportandosi in maniera non appropriata verso il prossimo». L’editoriale viene seppellito di critiche online – sempre prontamente addomesticate dagli apparati di censura – ma la testata lo rimuove dal web.

In realtà, la questione delle molestie sessuali costituisce uno degli immensi rimossi della Cina di oggi, con il quale il Partito sta imparando a fare i conti solo da poco. Nel maggio del 2013, lo stupro di gruppo di una 22enne a opera di un gruppo di guardie di sicurezza della periferia sud di Pechino e la conseguente morte della vittima – precipitata da una finestra senza che si fosse mai chiarito se per sua volontà o perché spinta dagli stupratori – provoca la protesta di centinaia di persone, che trovano ad accoglierle per strada interi plotoni della polizia militare. Nel marzo del 2015 i tentativi di cinque attiviste femministe di aumentare la consapevolezza sulla questione delle molestie sui trasporti pubblici vengono ricompensati con un mese di fermo di polizia.

Il governo cerca di smorzare queste tensioni attraverso la propaganda di modelli tradizionali completamente staccati dall’attualità .

Soap opera di successo sottoposte all’onnipresente scrutinio della censura come Huānlè sòng (Ode alla gioia) propongono scene in cui un’amica redarguisce l’altra perché «non si frequentano ragazzi che si presentano a casa tua a tarda sera».

La talentuosissima attrice Tang Wei (nella foto) viene riabilitata con casting rassicuranti dopo un esilio artistico di quasi dieci anni dovuto al suo ruolo scabroso in Lust, Caution (oppure, secondo molti pettegolezzi pechinesi, al rifiuto opposto a un alto funzionario degli apparati).

Un Partito dalla leadership tutta al maschile si ritrova davanti a una società densa di edonismo e pulsioni , ma nella quale un puritanesimo confuciano ha ipocritamente ridotto il discorso sulle molestie a una questione di pudore o di ordine pubblico.

Ma se il movimento #WoYeShi per ora rimane confinato tra le donne istruite delle grandi città, il governo cinese è comunque costretto a prendere nota. Le azioni di attiviste come Yue Xin hanno incontrato un sostegno inaspettato che forse sconsiglia di bollare tutto come «influenze nefaste dall’estero». Mentre Yue aspetta di sapere se le sarà consentito di discutere la sua tesi di laurea alla prossima sessione, forse i dirigenti più illuminati stanno già riflettendo su come trasformare il dibattito sulle molestie sessuali in una nuova conquista del Partito.

Quando il discorso pubblico non si può controllare del tutto, il Pcc si dimostra sempre un maestro nel volgerlo a suo vantaggio.

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