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#Filmmaker2017 – Ab ovo, di Luca Ferri

#Filmmaker2017 – Ab ovo, di Luca Ferri

Ricostruire dalle macerie, ricostruire a partire dal disgusto di se stessi. Il cinema di Luca Ferri apre orizzonti inattesi e decide di offrire nuove prospettive allo sguardo.
Anche le epoche lunghe e durature hanno una fine e così anche il cinema di Luca Ferri chiude una stagione. Con Ab ovo, presentato nella sezione del concorso internazionale di Filmmaker Milano, il regista apre ad una nuova epoca con molte novità che affascinano e incuriosiscono la schiera, ormai non elitaria e non ristretta, dei suoi spettatori.
Girato interamente in Marocco il film è il racconto di un Adamo e di una Eva che, in nuovo e inospitale paradiso terrestre, decidono di ricominciare la creazione di un mondo.
Fino ad oggi il cinema del regista bergamasco ci aveva fatto guardare alla formazione della catastrofe e agli effetti di quell’avvenimento. Con Abacuc, soprattutto, il suo cinema era diventato coevo alla dissoluzione di una umanità di cui Ferri sembrava averne a sufficienza. In genere, la sua produzione tradiva una certa distanza da un genere umano guardato con la massima oggettivazione possibile e di conseguenza formava un giudizio feroce sull’esistenza.
Ab ovo ribalta le prospettive e pur consegnando allo spettatore poche chiavi d’accesso, come un altro enigma da risolvere, si presenta nella forma smagliante di un super8 ormai quasi introvabile, il che gli attribuisce l’aria di reperto storico e di archeologia della memoria umana. Il colore e i movimenti di macchina costituiscono forse, sotto un profilo più immediatamente percepibile, le novità più vistose di questo nuovo approccio dell’autore al cinema. In una prospettiva che è sempre apparsa secondaria, se non del tutto assente nella filmografia di Ferri, è, invece, lo sviluppo di un embrione di narrazione a rappresentare una vera novità per l’itinerario delle sue immagini. Uno sviluppo diegetico che diventa struttura acquisita al film. Ab ovo segna dunque, anche sotto questo aspetto non trascurabile, una marcata discontinuità con il passato a conferma di una mutata fase nel percorso artistico dell’autore. Ab ovo è un ritorno alle origini nelle intenzioni di Ferri e dunque si presenta come una metamorfosi palpabile di una coerente e persistente convinzione filosofica. Il tema della rinascita si sviluppa, perfino in una accezione metaforica, se così si preferisce, in un eden pietroso e popolato da cammelli che nel lungo piano sequenza centrale acquisiscono le forme ideali e l’archetipo di animali preistorici.
Ab ovo diventa così e ancora una volta, un film spiazzante che non solo chiude un periodo artistico nell’itinerario ferriano, o almeno sembra chiuderlo, ma soprattutto, da una prospettiva del tutto originale e con una meditata scelta anche del titolo, segna il suo ritorno alle origini di un cinema istintivo, primitivo nella sua espressione e sicuramente meno razionale nelle intenzioni e nella forma e quindi, paradossalmente, meno meditato dei suoi precedenti. Un film che ci obbliga a riformulare i criteri di approccio a cominciare dallo sguardo più indulgente dell’autore verso il mondo per il quale, nonostante il riarso scenario in cui i protagonisti si muovono, sembra offrire una possibilità e una labile prospettiva di vita. La stessa prospettiva che mancava in Abacuc in cui le linee geometriche dei fondali in cui si svolge la tragedia del protagonista sembravano soffocare ogni speranza di futuro.
Con questo nuovo film Luca Ferri non solo conferma l’autorialità delle proprie scelte artistiche, la progressione di un pensiero sotteso al suo sguardo tradotto in immagini, ma anche il coraggio di affrontare una nuova sperimentazione che fino ad ora gli è stata del tutto estranea. Ferri con Ab ovo rimodula il proprio concetto di futuro e riorganizza il suo cinema e il suo archivio dell’immaginario. Forse sono finiti i tempi dei magnifici dialoghi irrazionalmente pensati di Curzio e Marzio la cui fissità di sguardo sul mondo traduceva un suo rifiuto assoluto e quasi aristocratico. Oggi il cinema di Ferri approda ad una terra che non può che essere riarsa, inospitale e per questo eden in una prospettiva comunque mai conciliante, ma pur sempre terra dalla quale ripartire. Ripartire dal disgusto di se stessi, secondo le precise parole dell’autore a proposito di questo film in prima assoluta alla manifestazione milanese, ripartire dunque non più da una prospettiva di rifiuto di consolidate regole sociali, ma da un più intimo malessere e quindi frutto di una elaborazione più strettamente artistica che Ferri riversa in questo film così più disponibile, così più ispirato da un desiderio di ricostruzione dopo l’apocalisse e la negazione di ogni forma conosciuta di futuro.

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