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Etica e morale per aspiranti ingegneri, perché il corso del PoliMi è solo un inizio

Etica e morale per aspiranti ingegneri, perché il corso del PoliMi è solo un inizio

Al Politecnico di Milano è stato introdotto il corso Ethics for Technology, un percorso formativo pensato per mettere ingegneri e scienziati in condizioni di affrontare “una sfida urgente e del tutto nuova, quella di affrontare l’innovazione in maniera consapevole, sentendosi responsabili non solo del buon funzionamento delle innovazioni. Ma anche delle loro conseguenze”.

Come si legge su Repubblica, il corso (sessanta iscritti per ora) sarà tenuto “da un filosofo” che cercherà di “far emergere negli studenti un atteggiamento critico”, nell’ambito di un progetto più ampio mirato a comprendere e gestire le “implicazioni etiche e sociali della tecnologia”. Secondo la descrizione ufficiale, il corso è “pensato per dare agli studenti l’occasione di riflettere sull’impatto etico, sociale e culturale delle applicazioni tecnologiche”. Con la finalità di “mostrare come la decisione di sviluppare una tecnologia (in senso ampio), i processi di progettazione, sviluppo, gestione, controllo e produzione siano implicitamente morali“.

Si tratta sicuramente di una buona notizia, ed è sicuramente opportuno e necessario che i giovani ingegneri affrontino e si preparino su questi temi. Ma è anche la certificazione di un drammatico ritardo. Tanto per cominciare, si parla di “far emergere un atteggiamento critico” negli studenti universitari. Dovremmo occuparcene dalle elementari alle superiori, e mandare negli atenei ragazzi e ragazze più che formati da questo punto di vista. Pensarci in sede universitaria dovrebbe essere questione di raffinata specializzazione, ma sappiamo che la realtà è un’altra.

Davvero i nostri ventenni escono dalle scuole superiori avendo maturato quel desiderato “atteggiamento critico”? Una parte sì, ma evidentemente minoritaria. Altrimenti affrontare le “conseguenze” dell’innovazione non sarebbe “una sfida del tutto nuova”, come si sottolinea nella nota del Politecnico. “Affrontare l’innovazione in maniera consapevole” dovrebbe essere il mantra di tutto il percorso di formazione degli studenti, a cominciare dalle primarie, e invece finora ci si è mossi in ordine sparso.

Politecnico di Milano

Una novità importante però c’è: oggi, e domani ancora di più, sono sempre di più le persone che possono, per capacità e per opportunità, innescare l’innovazione. Non serve più il potere politico o finanziario, o almeno non quanto prima. Prima si poteva contare sul fatto che a prendere le decisioni fossero persone con una minima formazione umanistica, o almeno che avessero qualcuno a consigliarle; un Dottor Stranamore, se vogliamo, che dicesse al Re quali fossero i rischi. Oggi, invece, magari il figlio del vostro vicino sta scrivendo l’algoritmo che cambierà il mondo, un sistema AI dal potenziale incalcolabile … e nessuno gli hai mai spiegato che la prudenza ha una ragione di esistere.

Paolo Volonté, docente di sociologia e coordinatore del tavolo Meta del PoliMi, aggiunge che la tecnologia “può condizionare la nostra vita anche in maniera discutibile. Bisogna intervenire oggi sulla loro formazione perché pongano attenzione ai temi etici fin dalla progettazione”. Giusto, ma bisognava intervenire ieri sulla formazione di tutti noi … così magari non dovremmo temere il figlio del vicino e le sue invenzioni.

Certo, ha ragione il rettore Ferruccio Resta, quando afferma che la tecnologia moderna porta con sé grandi promesse. Ben venga dunque l’iniziativa del Politecnico di Milano. Da qualche parte bisogna pur cominciare. Si vuole esplorare il concetto di responsabilità, dare un occhio alle normative attuali, riflettere sulle questioni etiche, ragionare sul futuro. Agli studenti si chiederà di sviluppare un saggio finale, e di certo almeno per alcuni di loro ci sarà un effetto duraturo.

Bisogna insistere di più su questi temi, se non altro per recuperare il terreno che si è perso in passato. E sarebbe auspicabile, anche, che un ingegnere del XXI secolo potesse garantire anche una ferrea preparazione epistemologica.

Già, perché se è vero che ci aspettano sfide complesse, che non si può escludere nemmeno il rischio esistenziale, non è solo con un corso di 60 ore che le potremo affrontare. Bisogna ampliare il fronte, per esempio agendo su quella parte di “scienziati” (le virgolette vogliono essere offensive) convinti che la filosofia sia un ostacolo, una seccatura di cui liberarsi, una perdita di tempo. Potremmo agire, per esempio, affinché chi sceglie la formazione scientifica non diventi uno Sheldon Cooper qualsiasi. Perché gli Sheldon Cooper, se per disgrazia finiscono per avere un qualche potere, si trasformano inevitabilmente in super cattivi.

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