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Charlie Charles: La mia musica è tecnologia pura

Charlie Charles: La mia musica è tecnologia pura

Non scopriamo di certo oggi l’importanza di un ruolo come quello del produttore all’interno di tutta la catena alimentare dell’industria discografica. Soprattutto per quanto riguardo il fronte artistico della faccenda. Però, attualmente, mai come prima, questa importanza è anche più visibile, meno oscura. Il produttore sta acquisendo una considerazione che prima era data soprattutto dagli addetti ai lavori, mentre adesso qualcosa sta cambiando e il ruolo diventa altrettanto riconosciuto, alla pari dell’artista stesso. Charlie Charles, all’anagrafe Paolo Monachetti, è quello che nella trap, in Italia, ha cambiato le carte in tavola, stabilito un nuovo standard e di conseguenza stimolato un sottobosco nostrano che è poi diventato un vero e proprio continente iper strutturato e mastodontico, che fa ascolti, visualizzazioni, spettatori paganti e tanto altro. Questo ha fatto sì che la crescita fosse vertiginosa e sempre mirata verso l’eccellenza.

Charlie Charles è produttore dei beat e delle basi dei maggiori nuovi artisti in Italia (Sfera Ebbasta, Ghali, Rkomi). Quest’anno ha inoltre coprodotto il brano vincitore del Festival di Sanremo, Soldi, composto con Mahmood e Dardust. L’ultimo lavoro in ordine di tempo è il disco di Rkomi, uscito il 22 marzo, Dove gli occhi non arrivano nel quale spiccano collaborazioni con Jovanotti ed Elisa.

E poi? Non si è fermato Charlie Charles: ha aperto una sua etichetta (BillionHeadz Music Group) insieme a Sfera Ebbasta e conduce un programma su Radio 105 (Trap 105). Ma la sfida più recente con cui avrà che fare sarà quella di coach per Coca Cola Future Legend. Un talent dove quattro coach (Annalisa, Emis Killa, Irama e Charlie Charles) suddivisi per genere (soul, rap, pop e trap) dovranno riuscire a scoprire. Nella sua squadra per ora ci sono Jbarton (Valerio Martinelli), Madblow (Daniele Monellini), Paul Noire (Paolo Passaretti). Abbiamo intervistato Charlie per capire come si sente nei panni di coach e come vede le prossime evoluzioni del suo lavoro e genere.

I generi musicali e le relative diramazioni non sono mai statici. Cambiano e si modificano ogni sei mesi, all’incirca. Penso alla samba trap, all’afro trap, ad esempio. Dove pensi si stia andando con la trap?

“Quelli che hai citato tu, più che evoluzioni sono ramificazioni della trap. Il fiume del rap si è quasi diviso in due: da una parte rap e dall’altra, appunto, la trap. A loro volta hanno altre ramificazioni. Ma in origine è sempre il fiume del rap che continua. Chi lo sa come andrà a finire…”

Negli ultimi quattro anni hai lavorato tantissimo: Sfera Ebbasta, Ghali, Rkomi e tanti altri artisti. Cosa sei riuscito a imparare da queste esperienze?

“La cosa più importante che ho imparato è aver fiducia in sé stessi. Basta”.

Chi ti è stato più d’aiuto o ti ha dato qualche consiglio in questi anni?

Potrei citare un sacco di persone. A livello tecnico sicuramente il mio manager, DJ Shablo, che anche lui, a sua volta, è un produttore. Più che a livello tecnico è stato importante il supporto reale di amici, parenti, colleghi.

Trap e tecnologia viaggiano di pari passo su due binari paralleli. Tu come ti rapporti con la tecnologia e con l’evoluzione tecnologica che subentra di volta in volta nelle nuove produzioni?

Tecnologia è sinonimo di evoluzione e mi trovo a mio agio. La trap, ma la musica in generale, lo sono. La mia musica è tecnologia pura: io suono un computer. Non sono pianista, non sono chitarrista o altro. Per un mese avevo iniziato a prendere lezioni di piano ma non ero riuscito a farmelo piacere. Successivamente ho provato a suonare, ma anche in quel caso nulla. Trovavo soddisfazione artistica solo davanti a un computer letteralmente ‘pasticciando’ all’inizio, provando e riprovando”.

Una delle novità del talent Future Legend di Coca Cola è che, oltre alla categoria pop, soul e rap, ci sia una categoria trap, fuori dai canoni classici dei talent. Ma soprattutto, avresti mai pensato di ritrovarti coach in un format del genere?

“È fuori dai canoni classici ma è il mio pane quotidiano e non mi sento spiazzato. In effetti non mi immaginavo coach in una situazione del genere ma quando si è presentata l’opportunità mi son messo in gioco”.

Che prime sensazioni hai avuto dopo aver scelto e conosciuto meglio i ragazzi della tua squadra che hanno anche la tua età?

“È stato figo perché un po’ mi son rivisto come quando sono in studio e devo dare dei feedback a un brano appena creato. Ho avuto quella sensazione lì, anche se la differenza è che facendolo con degli sconosciuti è stato freddo. Col tempo ci roderemo bene e si creerà un’ottima sintonia. Ho visto tanta passione. Si percepiva dalle movenze, dal modo in cui ci credono veramente fino in fondo. Questo mi ha colpito. Abbiamo giudicato soprattutto l’esibizione ma ci sono stati anche consigli sull’intonazione”.

Ripensando alla tua carriera, c’è stato un momento in cui hai capito che le cose stavano girando veramente nel verso giusto?

“Più che su di me, mi ero accorto che sul mio team in generale c’era più attenzione. Ho avuto più fasi: la primissima è avvenuta quando lavoravo al bar e capii che le cose stavano prendendo una certa piega e che se volevo fare il salto dovevo licenziarmi, rischiare e giocarmela tutta al cento per cento. E così ho fatto. Un altro momento è stato quando è uscito il secondo album di Sfera Ebbasta su major. Ogni disco è comunque un punto svolta”.

E invece con l’estero, lavori spesso?

“Siamo molto aperti per collaborazioni all’estero. Il nostro sogno è riuscire a farci conoscere anche fuori dall’Italia. Abbiamo fatto diverse collaborazioni in Francia con SCH e con Lacrim. Abbiamo avuto tanti ospiti internazionali nella versione deluxe di Rockstar come Tinie Tempah (che è un nome grosso in Inghilterra), Miami Yacine, Quavo dei Migos e Rich The Kids, tutti artisti di grande livello“.

Cosa stai ascoltando attualmente?

“Nello specifico c’è una ragazza che mi piace un sacco musicalmente: si chiama Angèle, è belga e ha qualcosa di Stromae. E siccome lui non ha più pubblicato nuova musica, lei è andata a riempire quel tipo di sound che mi mancava. Ho provato anche a scriverle per lavorare assieme, ma non mi ha ancora risposto”.

È un momento molto proficuo per tutte quelle sonorità ispaniche e reggaeton, ad esempio penso a Rosalía e J. Balvin che stanno andando fortissimo in tutto il mondo. Pensi che anche in Italia riesca farsi largo questo suono?

“Speriamo. Io ci ho provato: non è una cosa che sanno tutti ma Pem Pem di Elettra Lamborghini è una mia produzione, a metà tra reggaeton e pop. È stato un esperimento ben riuscito”.

È cambiata negli ultimi anni l’importanza, o meglio, la visibilità del produttore? Ad esempio uno apre YouTube, c’è il nome del rapper o del trapper, e poi il nome del produttore.

“Il produttore ha naturalmente avuto sempre la sua importanza, forse prima era meno riconosciuto pubblicamente come figura”.

Il brano Soldi di Mahmood composto con lui e Dario Faini/Dardust come nato e come vi siete bilanciati avendo due impostazioni diverse, Dario più classic/pop e tu trap?

“Per me Dario Faini/Dardust è davvero il produttore numero uno. È troppo forte ed è un grandissimo compositore. È stato facile lavorare ad un pezzo già ottimo di partenza. Sentivo che però mancava quella spinta e quel carattere che – non dico che solo io riesco a dargli – ma avevo capito come riuscirci”.

In fin dei conti poi Soldi ha vinto Sanremo. Come hai vissuto questa situazione?

“Ideologicamente è stato pazzesco. Io non sono uno che si impressionare troppo dai risultati ma in questo caso son stato molto più emozionato perché tanti amici, mia mamma e mio papà erano super contenti e fieri: quello mi ha fatto provare davvero una forte emozione, più del risultato stesso. E poi è capitato in maniera totalmente inaspettata”.

Però a Sanremo non c’eri o sbaglio?

“Non c’ero. Persino mia mamma mi diceva di andarci a Sanremo, ma io non sono fatto per quelle cose. Io devo stare in studio”.

Adesso col talent avrai anche altro da fare, dovrai farti vedere di più…

“Non sento il bisogno di dover diventare un personaggio pubblico ed essere riconosciuto. Mi sento bene con me stesso perché faccio quello che voglio e mi appaga”.



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