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Assemblea Pd, Renzi: "Referendum? Faccio un'analisi spietata ...

Assemblea Pd, Renzi: "Referendum? Faccio un’analisi spietata …

L’inno di Mameli ha aperto l’assemblea nazionale del Partito democratico. Sul palco i vertici del Pd, i dirigenti della segreteria e i capigruppo. In piedi, alla destra del segretario Matteo Renzi, ha cantato l’inno il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Sullo sfondo un enorme tricolore e la scritta “Ripartire dall’Italia”.
Matteo Orfini, nell’aprire l’assemblea, ha salutato e augurato l’in bocca a lupo del Pd al nuovo premier e la platea applaude. Un ringraziamento anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Gentiloni ha preso poi posto al fianco di Renzi, che ha iniziato la sua relazione, al banco della presidenza.

Abbiamo perso, ho perso il referendum. E anche questo ha segnato in modo molto forte il dibattito politico europeo”, ha detto Renzi aprendo il suo intervento in assemblea Pd. “Faremo un’analisi molto dura, spietata, innanzitutto con noi stessi di quello che è accaduto al referendum. Un’analisi seria e severa, ma anche un sano senso di passione per la cosa pubblica devono segnare questa assemblea”. E in merito alle cose fatte, non ha risparmiato una frecciata alla giunta Raggi. “Qui a Roma voglio dire che la politica non è l’indicazione delle cose che non vanno, l’urlo di chi dice No e non propone un’alternativa. Se si fa così politica, il Paese non va da nessuna parte, si blocca il Paese. Se per bloccare la corruzione si bloccano le Olimpiadi, si blocca la propria città. E forse per bloccare la corruzione bisognerebbe scegliere meglio i collaboratori”. In questo senso, ha definito i 1000 giorni del governo Renzi “un amarcord”, o meglio “il passato”.

L’ex presidente del Consiglio ha difeso il progetto di riforme fatto dal suo esecutivo: “Abbiamo fatto riforme molto profonde; se due ragazzi si amano e, indipendentemente dall’orientamento sessuale, ora possono vivere insieme è grazie a una riforma del Pd”. Tra i provvedimenti ricordati, quello contro lo spreco alimentarie e le Unioni civili. “Queste riforme non puzzano, segnano la grandezza del Pd”, ha concluso alludendo ad una frase di Massimo D’Alema riportata oggi da “La Stampa”.

Poi si è rivolto a chi ha votato No e ha bocciato la riforma della Costituzione proposta dal suo governo. “La politica non è denuncia, la politica è cambiamento. E il Pd ha accettato la sfida del cambiamento. La bocciatura delle riforme è un dato netto, di cui prendere atto. Eravamo a un passo della terza repubblica e sembra siamo tornati alla prima. Senza la qualità della classe dirigente della prima Repubblica. Durante la discussione della riforma e della riforma, noi abbiamo detto che quella riforma avrebbe fatto il bene del Paese e del governo”. E quindi: “Questo No blocca totalmente per i prossimi anni qualsiasi progetto di riforma costituzionale”. In merito all’analisi del voto: “Non abbiamo perso, abbiamo straperso. Il 41 per cento in un referendum è una sconfitta netta. Sognavo di prendere 13 milioni di voti, ne abbiamo presi 13 e mezzo. Ma la grande partecipazione non li ha fatti bastare”.

Il primo errore: abbiamo perso il Sud. “Abbiamo perso al sud, perché non c’è stato il coinvolgimento vero di una parte importante del Mezzogiorno, che ci aveva affidato la speranza. L’approccio è stato un po’ troppo centrato sul notabilato e un po’ poco sulle forze più vive del sud”. E ha quindi parlato degli investimenti fatti: “Abbiamo messo un sacco di soldi nel Mezzogiorno e sono certo che sapranno spenderli bene. Ma dico anche che aver messo tutte queste risorse senza essere riusciti a coinvolgere nel modo giusto le altre persone è stato un errore. Il Cipe ti fa ricostruire un ponte, la politica ti fa ricostruire una speranza. Se non lo facciamo noi non lo farà nessun altro, non lo faranno quelli che sanno dire solo di no”.

Poi i giovani. “Abbiamo perso i giovani. Non siamo riusciti a convincere la nostra generazione. Siamo stati sconfitti in casa, tra i 40enni. Abbiamo perso l’andata in casa e i gol presi in casa valgono doppio. Non siamo riusciti a prendere questa generazione come avremmo voluto sul referendum”. Il riferimento è a quella fascia della popolazione che ha bocciato quasi all’unanimità la riforma: “C’è una parte del paese che abbiamo dato impressione di non coinvolgere, non includere. Compresi i 30 e 40enni. Parte del Paese a rischio populismo. Ma non è un problema di casta, è un problema di mancanza di comunità”. Quindi le periferie: “Nelle periferie del nostro scontento l’idea di un senso di comunità che si sfalda ha creato una maggiore disaffezione e distanza rispetto alla politica tradizionale. C’è bisogno di una risposta comunitaria, trovare le ragioni dell’appartenenza alla comunità”.

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