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10 anni fa il delitto di Perugia, un omicidio che è ancora un mistero - AGI

10 anni fa il delitto di Perugia, un omicidio che è ancora un mistero – AGI

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Dieci anni dopo l’omicidio di Meredith Kercher, studentessa inglese di 22 anni, l’ivoriano Rudy Guede, unico condannato con rito abbreviato dopo aver ammesso la sua presenza nella villetta, è il solo che sta scontando la sua pena in carcere per concorso in omicidio e violenza sessuale. Concorso con chi, resta un mistero. Amanda Knox e Raffaele Sollecito, infatti, sono stati assolti dopo vari processi.

La notte del 31 ottobre 2007

Meredith, in Italia per Erasmus, venne trovata cadavere il primo novembre 2007, uccisa con una coltellata alla gola, nell’appartamento dove viveva a Perugia in via della Pergola. La morte scuote l’Italia e, in breve, l’evoluzione della vicenda giudiziaria legata al delitto, diventa una delle più controverse degli ultimi anni. Tra investigazioni, colpi di scena, analisi del Dna di particolari trovati sul luogo del delitto passano otto anni. Novantesei mesi per arrivare a un verdetto definitivo, in un excursus giudiziario che arriva, passando di sentenza in sentenza, all’ultima istanza di giudizio: la Cassazione

Il corpo di Meredith viene scoperto il giorno dopo il delitto in camera da letto. Il 6 novembre, i sospetti cadono da subito su tre persone: Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Patrick Lumumba.

Amanda, americana, di Seattle, all’epoca ventenne, è la coinquilina di Meredith.
Sollecito, 23 anni, pugliese, laureando in ingegneria, ha una relazione sentimentale con Amanda.
Lumumba, 38 anni, originario dell’ex Zaire, dal 1988 in Umbria gestisce un pub dove lavora saltuariamente Amanda.

Tutti e tre vengono arrestati ma si dichiarano estranei all’omicidio. Lumumba viene rimesso in libertà il 20 dello stesso mese, dopo che dalle indagini emerge la sua innocenza. Lo stesso giorno viene arrestato Rudy Guede, ivoriano di 21 anni, bloccato dalla polizia a Magonza, in Germania, dopo che gli investigatori individuano tracce del suo dna sul piumone, l’impronta di una sua mano sul muro e le sue feci in bagno.

Il processo per Sollecito e Knox

Due anni dopo l’omicidio, il 18 gennaio 2009, inizia il dibattimento per Sollecito e per la Knox. Il 5 dicembre, la Corte d’Assise di Perugia, escludendo le aggravanti, condanna Amanda a 26 anni di carcere e Raffaele a 25 perchè “spinti – si leggerà successivamente nelle motivazioni – da un movente erotico sessuale e violento”.

Tra ricorsi, accertamenti e perizie si arriva al secondo grado di giudizio. Il dibattimento è all’insegna della battaglia tra periti sulle presunte tracce di dna dei due giovani sul coltello e sul gancetto del reggiseno di Meredith. La Corte d’Assise d’Appello di Perugia nel 2011 li assolve “per non aver commesso il fatto”, giudicando “non attendibili” gli accertamenti tecnici svolti. 

Nel 2013 la Cassazione annulla la sentenza di secondo grado e rinvia tutto alla Corte d’Assise d’appello di Firenze, davanti alla quale si celebra il processo bis che termina con una nuova condanna: 28 anni e sei mesi alla Knox e 25 a Sollecito. Infine, il colpo di scena, con la Corte di Cassazione che nel 2015 annulla la sentenza, stavolta senza rinvio, perchè, secondo i giudici della quinta sezione penale, il quadro disegnato da chi aveva indagato e da chi aveva condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito “non è sorretto da indizi sufficienti”. La Cassazione infine respinge anche la richiesta di indennizzo di oltre 500 mila euro per i quasi quattro anni di “ingiusta detenzione” di Raffaele Sollecito

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